Domotica. Ovvero, il suono delle chiappe.

Intanto diciamo subito che Bruno, il mio cane, non c’entra niente. Se state leggendo vuol dire che gli esperti hanno ragione e i cani portano click.

Ma andiamo all’argomento in questione.

Svegliarsi nella casa al mare è bellissimo. E’ una casa piccola, ma molto carina. Mi piace tutta, ma in particolare mi piace la camera da letto, perché ha una finestra grande da cui, anche se sei ancora sdraiato, puoi vedere il mare. Cioè, un po’ ti devi alzare sul gomito per vedere bene, ma lo intuisci, ne senti il rumore, lo vedi riflesso nei vetri lunghi, e regala un senso di pace.

Ma cosa c’entra tutto questo con il mio nerd? C’entra.

Era per dare un’idea dello spirito con cui mi sono svegliata quella mattina, come quasi tutte le altre mattine al mare. Serena.

Quella mattina lì, apro gli occhi e lui è già sveglio. Strano. Ma può capitare.

A volte il letto gli dà qualche fastidio i primi giorni. Deve abituarsi al materasso nuovo. Lui odia i cambiamenti. E su questo credo non ci siano più dubbi, ormai.

Ma prima che io possa iniziare a formulare qualsiasi ipotesi sulla natura del suo pensiero, lo sento che allunga una mano sul mio sedere, e mi dà una leggera, simpatica e pacca. Io rido.

“Che carino”, penso, ma anche “che fortuna che si è svegliato di buon umore!”. Si, perché non so le altre nerdwife come si trovano con l’argomento “luce del sole”. A casa mia è un bel casino. Il sole è “quel coso fastidioso là fuori” che va coperto al meglio. Per lui una giornata ombrosa, con un filo di pioggerellina, e qualche buona ragione per non incontrare altri esseri umani, specie se “parlanti”, è la migliore giornata immaginabile. Se il wifi è buono, chiaramente.

Ma quella mattina lì, anche se c’è il sole, lui è di buon umore. Ottimo!

PAC! Un’altra pacca sul sedere, e un’altra, ma questa volta in rapida successione e brevi.  “Dai!”, mi esce dalla bocca, con quella mezza risatina che a tutto fa pensare, tranne a che mi stia dando fastidio.

Lui, comunque, resta in silenzio. Ha gli occhi chiusi, ma anche così si intuisce che sta pensando. A cosa sta pensando? Siamo in vacanza, siamo al mare, non ha ancora aperto bocca e mi dà pacche sul culo: a che diavolo starà mai pensando! PAC, PAC. Rapida successione. Poi PAC, una da sola.

Ok, capito. Le manate sul sedere NON sono un preliminare.

Forse è un gioco, e io devo capire le regole. Provo. Gli do una pacca a mia volta. “No, dai! Mi scasini tutto!” è la sua risposta immediata, dalla quale deduco alcune cose:

  1. E’ sveglio, e cosciente. Ergo si può provare ad interagire.
  2. Non è un gioco. Io non sono invitata a rispondere alle sollecitazioni.
  3. Ho paura di fare domande, ma sento che, nel caso, la risposta che mi darà, mi farà rizzare i peli di tutto il corpo.
  4. Se non glielo chiedo adesso, non lo saprò mai

E allora, coraggio.

“Amore, scusa, cosa stai facendo?”. La prendo alla larga, così magari ho il tempo per prepararmi alla risposta. Che non sarà mai niente che posso immaginare.  Nel momento in cui una nerdwife fa una domanda si avventura in un terreno alquanto pericoloso. Quello è il terreno minato in cui tutto può succedere. Se fossi più poetica, direi che è il punto in cui realtà e fantasia trovano la loro unione, ma siccome sono una nerdwife, direi che siamo nei pressi di una singolarità narrativa: non c’è modo di intuire cosa ci sia al di là dell’orizzonte degli eventi del suo cervello.

Il mio consiglio è quello di non provare a resistere al piano inclinato degli eventi: vi dirà una cosa che mai avreste immaginato. Mettetelo in tasca, e andate avanti. Al massimo fate finta di aver capito e poi googolate.

“No, niente. Era per capire”. Risponde lui, pensando di uscirne così, alla leggerissima.

Peccato che questa risposta equivalga a darmi un carnet per altre 10.000 domande! Ma cosa devi capire? Mi stai dando pacche sul culo, a ritmo intermittente e con successioni ripetitive. COSA fai? Comunichi con gli alieni in un ass-morse di tua invenzione?

Cosa. Devi. Capire?

Respiro profondamente e riformulo la domanda: “Cosa devi capire, amore mio? Dimmelo, prima che mi esploda il cervello e sporchi tutto il cuscino e mia mamma poi si incazza, che sai che queste cose fa fatica a capirle?”.

PAC, silenzio, PAC, PAC.

“No – risponde – è che stavo valutando che la risposta sonora è abbastanza stabile.”

Io deglutisco. Non so se voglio davvero che vada avanti. Ma a questo punto, meglio saperlo, perché poi finisce che quello che immagino è peggio della realtà. Coraggio.

Faccio la domanda definitiva. Lentamente. Per prendere tempo.

“E a cosa ti serve sapere che la risposta sonora è stabile, amore?”.

“Niente”, riprende lui, mentre inizia a stropicciarsi gli occhi e a mettersi in posizione supina, allungando il braccio alla ricerca del telefono per fare la sacra sessione mattutina di lettura tweet. “Pensavo che se potessi registrare il suono della pacca, potrei campionarla e usarla come interruttore per accendere e spegnere la luce. Non ci vorrebbe un gran chè. È il principio delle lampade che si accendono e spengono con un battito di mani. Basta regolarlo sul tuo sedere. Una pacca accendi, due spegni. Puoi anche “dimmerarla”: due pacche veloci aumenti di intensità, tre veloci diminuisci di intensità. Si può fare, si.” E inizia a scrollare i suoi tweet soddisfatto.

DOMOTICA.

Il mio sedere può servire per gestire la luce in casa.

Nel mio cervello si disegna una linea bianca e piatta.

Ho finito le risposte possibili. Muta. Non esiste una risposta. Una risposta che abbia un senso, intendo. Mi sembra di vedere la mia faccia in quel momento: gli occhi lentamente guardano a destra e a sinistra, alla disperata ricerca di un concetto da esprimere che mi faccia uscire da questa situazione.

DOMOTICA.

E sia chiaro, non mi sono sentita offesa per il fatto di essere stata “utilizzata” per un esperimento pseudoscientifico come questo. Anzi, volendo, la cosa un po’ mi fa piacere. Onestamente, quando mi ricapita che il mio sedere sia posizionato nella scala geekica ad un livello pari a quello di quel giorno? Non potrei essere più interessante ai suoi occhi neanche se avessi una presa usb.

DOMOTICA.

“Ah, ecco – rispondo – non ci avevo pensato”. Cosa che mi sembra alquanto normale. Poi il dubbio: dovrei essere strana io perché non ci ho pensato? Stiamo parlando di pacche sul sedere per accendere e spegnere la luce! “No, no. E’ normale che tu non ci abbia pensato.” E’ la vocina di prima, che quando deve essere stronza, è stronza quanto basta, ma che si rende conto di quando è stato superato il limite. “Mettila così – dice la vocina – è un genio. Fai finta di niente. E’ un genio.”

“Si, non credi che sarebbe comodo?”, continua lui. “Alla sera, quando siamo già a letto: PAC, e la luce si spegne. Perfetto, no?”.

E cosa gli vuoi dire? Certo! Non fa una piega. Come del resto tutti gli altri ragionamenti che fa. Logici come una lama di rasoio, precisi al millimetro, e inattaccabili. Certo, ci sarebbe quel filo di follia dentro, ma non stiamo a guardare il capello.

E mentre lui, ormai pago della sua possibile invenzione, e con un sorrisetto soddisfatto, passa da Twitter a Instagram, per vedere cosa ha postato l’altra parte del mondo mentre lui dormiva, io deglutisco, prendo il mio bel device di domotica ultimo modello, cioè il mio sedere, e vado in cucina a preparare il caffè.

SE SIETE ARRIVATI FINO A QUI, LEGGETE ANCHE IL POST SUCCESSIVO. LA REALTA’ SUPERA LA FANTASIA.

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