Lego: una storia d’amore. 

Il mio nerd io lo prendo sempre in giro. Lo so. Ma ci sono delle volte in cui mi metto lì e ascolto. E in quelle occasioni capisco che le sue non sono solo manie, ma sono situazioni in cui lui si vuole sentire tranquillo, al caldo, a casa. Le regole, le ripetizioni, le fisse per le tabelle, le abitudini ‘strane’, per lui sono rassicuranti e gli permettono di essere più sereno. Una di queste che chiamavo “manie” era il Lego. Lo so che l’ho preso in giro anche su questo e, diciamocelo, continuerò a prenderlo in giro. Ma ogni tanto vale la pena sedersi lì di fianco e farsi spiegare. Questo succede in una storia d’amore.

E quello che segue è quello che ho capito del Lego. Del suo amore per il Lego.
Oggi è stata una giornata meravigliosa.

Io, i miei mattoncini e un manuale di istruzioni perfettamente illustrato.

Forse quello che voi chiamate “pace” è quella cosa che fa stare insieme i mattoncini. Quel suono perfetto che fanno quando entrano uno nell’altro così perfettamente, sempre nel modo giusto, senza dubbi. Potrei staccarli e riattaccarli un milione di volte ma sarebbero sempre nel modo giusto. Nell’unico modo che funziona. Quello scritto nel manuale perfettamente illustrato.

Il tempo non esiste quando sei nel Lego. Si, nel Lego. Non con il Lego. Il Lego è un mondo. Non è un giocattolo.

Non ci sono sorprese nel Lego. Qualcuno, in qualche parte del mondo, si è preso la cura di contare esattamente quanti mattoncini per ogni tipo sono necessari per costruire il tuo set, e io mi sento grato a quel qualcuno. Probabilmente (anzi certamente) è stato un robot, ma questo non cambia i miei sentimenti. Anzi, per assurdo, li acuisce. Lo so che sono strano. Ci sono abituato.

Io me lo immagino quel ‘robottone’ che compie movimenti ripetitivi e sicuri mentre legge il suo programma, e con il suo braccino individua, seleziona, conta e sigilla i pezzi, ognuno nella sua busta, ognuno con il suo numero. Lo stesso numero che poi c’è nel manuale perfettamente illustrato. Gli sono grato. Ogni tanto mi capita, da quel ‘coso’ umano che sono, di avere paura che il robot abbia commesso un errore nella composizione della busta. “Non la mia busta! Ti prego! Non la mia busta! Non lo sopporterei!”. Per un attimo mi vedo nella condizione di non poter finire quello che ho cominciato. E mi gira tutta la stanza intorno. Ho un problema con “le conclusioni”. Se lo inizio, lo finisco. Per forza. Ma poi mi rendo conto che il robot non ha sbagliato. Non ha sbagliato mai. Io mi fido di lui.

I mattoncini sono le basi della vita nel Lego. Quei brics sono le pietre con le quali si costruisce un universo in cui tutto è davvero possibile, in cui non ci sono errori, a meno che tu non voglia farli di proposito. Ma allora non sono errori. Sono esperimenti.

L’unica cosa che non mi piace del Lego, è quel senso di smarrimento che prende quando capisci che il manuale ha ancora solo tre o quattro pagine, e poi è finito.

Tre o quattro pagine e poi sei costretto a tornare nel mondo. E allora è un dramma. Perché vorresti ritardare il più possibile quel momento, ma non puoi perché sarebbe come mancare di rispetto alla ‘creatura’ a cui stai dando vita. Non puoi ritardare la sua ‘nascita’ solo per il piacere egoistico di stare ancora un po’ nel caldo del suo mondo di plastica. (E pensare che per qualcuno la plastica è fredda…). E non puoi neanche aspettare troppo per vederla finalmente finita. E non per sapere se sia venuta bene o meno. Se hai seguito correttamente il manuale perfettamente illustrato, non può che venire bene. Il fatto è che non puoi fare a meno di stupirti di come ogni volta, ogni singola volta, tu possa rimanere senza parole davanti a un tale equilibrio di forme. In fondo sono mattoncini squadrati e non dovrebbero dare vita a oggetti così belli. Eppure ogni volta succede. Ogni volta.

Questa volta era Wall-E. L’ultima cosa da montare era il suo occhione destro, che andava a fare il paio con il suo occhione sinistro. Montati. Adesso bisogna trovare l’inclinazione giusta. Wall-E ha quello sguardo da cucciolo perché i suoi occhioni/telecamera sono inclinati in un modo unico. Fatto.

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Dai, come si fa a dire che non ti sta guardando mentre tu lo guardi!

Ha anche il carrellino apribile sul davanti. È così bello vedere come l’ingranaggio dell’apertura sia così perfettamente studiato e come il portello si apra senza alcuna fatica.

A volte mi domando perché non siano costruite con il Lego anche tante altre cose della vita. Sarebbero semplici. Silenziose. Lisce. Meravigliose.

Io lo so che non è facile capire cosa ci faccia io nel Lego. Forse perché per molti è solo un gioco. Forse perché lo associano solo alla pazienza. Io non lo so il perché. Io so solo che vorrei che la gente non giudicasse il modo che ognuno sceglie per essere felice. Io sono felice quando sono nel Lego.

Con questo non significa che il mondo reale non sia un posto bellissimo. Dico solo che quando il mondo reale ha anche la sua versione Lego, mi tranquillizza, perché la capisco di più, perché diventa della mia misura, perché mi illudo che non possa riservarmi brutte sorprese.

E poi nel Lego puoi mischiare tutto con la fantasia. Il poliziotto può arrestare R2D2 perché ha rubato il sacco a Babbo Natale. Puoi fare tutto. E quando sei stanco, oppure qualcuno ti disturba, lasci lì il tuo mondo freezzato e lui ti aspetta, fino a quando non puoi tornare da lui. Il mondo normale, appena ti prendi un attimo di pausa dal suo ritmo folle, ti lascia indietro e  “va avanti a giocare” da solo. Il Lego no. Il Lego ti aspetta. Il Lego ha i tuoi tempi. Nel Lego non sembri strano. Nel Lego sei al sicuro.

 

 

2 pensieri riguardo “Lego: una storia d’amore. 

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