In fin dei conti è tutta colpa tua, Stephen.

Adesso che ci penso, è davvero un pò colpa tua. Mi sa che eravamo intorno al 1989… tanto tempo fa… quando io ancora non sapevo che cosa avrei voluto fare da grande… quando ancora avevo una gran confusione in testa fatta di studi classici, di greco, di latino, di filosofia, ma anche di cose che volevo vedere e che poi non avrei mai visto, di cose che volevo fare ma che poi niente, e di sogni di amore infinito oltre il tempo e lo spazio, che in realtà di infinito aveva proprio poco. Capita, quando hai 19 anni e nella testa ci sono troppe cose per l’orizzonte che la tua piccola città ti mette a disposizione… quando hanno deciso che avresti dovuto studiare quel tanto che basta per avere un futuro sicuro, ma non abbastanza per farti le domande vere della vita, che poi quando te le fai c’è qualcuno che ti dice che non sta bene farsele. Capita quando vorresti prendere il primo treno in partenza per quel ‘nowhere’ che sei sicuro sarà il posto giusto per te, ma che ci vuole un cazzo di coraggio per salirci. E io non ce l’avevo. Forse perché mi hanno insegnato ad obbedire e fare la brava; a fare quello che va fatto e solo dopo a chiedersi se era anche quello che volevi fare; a stringere i denti perché fa brutto far vedere che hai mollato… soprattutto far vedere…

In quel 1989 incasinato, un giorno devo essere capitata in libreria. Si, perché a quel tempo i libri si vendevano in libreria, le foto si facevano con il rullino (che era meglio tenere in frigo altrimenti ti diventava tutto giallo), e la musica si ascoltava con le cassette, e io non ce l’avevo il coso con l’autoreverse (forse c’era già il cd, ma ciao prima che potessi averlo). In libreria mi piaceva girare a caso e vedere se ci fosse qualcosa che, anche senza motivo, potesse attirare la mia attenzione. L’ho fatto sempre. E questa cosa un po’ mi manca da quando è arrivata l’era di Amazon. Lì devi avere già un’idea da cui partire per “sfogliare”, mentre in libreria sei in balia delle correnti energetiche. Si, ho deciso che le chiamo così quelle cose che senza motivo ti attirano da una parte o dall’altra, che ti fanno svoltare a destra o a sinistra fra gli scaffali, e che a un certo punto ti fanno apparire qualcosa come fosse l’unica tridimensionale in un mondo di oggetti bidimensionali. Quel giorno è capitato con un libro. Era DAL BIG BANG AI BUCHI NERI di  Hawking. Adesso è figo dire Hawking, ma nel 1989 se non eri uno che di matematica e di cosmologia un po’ ne masticavi, non lo sapevi chi era sto Hawking. Tutta la narrativa sullo scienziato in sedia a rotelle è arrivata dopo. In quel momento io ho visto solo un libro con in copertina la foto di una immagine cosmica

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e quella immagine mi è entrata negli occhi e non ci è più uscita. Mi ricordo di aver preso il libro in mano e di averlo guardato un po’. La mia ansia da prestazione stava per farmelo posare, perché probabilmente non avrei capito tutto e quindi non valeva la pena neppure provarci. O perfetta o niente, no? Così ti hanno insegnato. Se qualcuno prende un voto più alto di te, tu hai fallito. Ho capito bene, no? Eppure il libro non si scollava dalle mani. E’ arrivato il libraio. E’ li stesso anche oggi, è sempre lui. Ha i capelli più grigi ovviamente, ma è sempre lui. Mi conosceva perché era la libreria in cui si andava a prenotare la lista per la scuola ogni anno. Quando vivi in un paese piccolo è banale dire che tutti ti conoscono, ma è la verità. E ognuna aveva il suo modo per conoscerti. Lui, per esempio, si ricordava i libri che di anno in anno prenotavo e probabilmente mi aveva incasellato in qualche sua struttura mentale funzionale alla sua memoria da libraio, e quindi sapevo che studi facevo e a che anno ero arrivata. “Scusi, chiedo io, secondo lei questo libro è complicato? C’è molta molta matematica?”. Lui prende in mano il volume come per recuperarne il contenuto e poi mi guarda. “Tu fai il classico, giusto? al classico non si fa tanta matematica…”. Si, ok. Non è mai stato uno da frasi epocali. Fatto sta che la sua frase è stata irrilevante. Quello che è stato decisivo è stato quello che ho provato quando mi ha tolto il libro dalle mani. Ho sentito uno strappo. Ho sentito che mi stava togliendo qualcosa di mio. Ho sentito che ormai eravamo entrati in contatto e se non avessi preso quel volume, non sarebbe mai più stata la stessa cosa. Ho sentito che volevo scoprire se alla fine sarei stata in grado di leggerlo. E’ stata la prima volta in cui ho percepito che anche se nella tua testa c’è casino, va bene. Che anche se la scuola che fai parla di letteratura, ma a te piace la scienza, va bene. Che se tutte le tue amiche sognano una famiglia e tanti figli e tu no, va bene. Che se capisci che non sarai mai quello che gli altri hanno immaginato che tu saresti stata, va bene. Lo so che probabilmente ero un po’ “indietro di cottura” per avere 19 anni, ma ero così. E, appunto, anche essere “indietro di cottura” va bene, ok?

Alla fine, chiaramente, il libro l’ho preso, l’ho capito ed è stato il primo di una lunga serie.   Poi è arrivato Michael Collins sul National Geographic che mi ha fatto venire voglia di andare su Marte (l’articolo era uscito prima, ma io l’ho trovato dopo. Proud member of National Geographic Society since 1987. Non so più dove metterli!)

E poi è arrivato Lee Smolin con la sua LA VITA DEL COSMO che mi ha spostato il sistema nervoso con l’intuizione degli universi che nascono e muoiono, adattandosi.

Chiaramente, io di queste cose non parlavo con nessuno. Chi voleva ascoltarmi mentre vaneggiavo di singolarità  che poi diventano buchi bianchi, di radiazioni di Hawking, di spazio e tempo, ma anche di opzioni per il processo di terraformazione di Marte o della possibile rotta per il viaggio più breve? Facevo semplicemente finta di non saperle queste cose. Ma le sapevo. E ogni volta che la mia piccola città mi stava stretta, che il treno magico non arrivava o l’amore perfetto si dimostrava un perfetto stronzo, io prendevo il mio ponte personale per il cosmo e me ne andavo là dove tutte queste cose non avevano più senso. E dove c’era solo calma, bellezza e colore.

E tutto questo, caro Stephen, è stata colpa tua. Si, è stata tutta colpa tua.

 

 

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