Vuoi far commuovere un nerd? Fagli incontrare la Storia.

Ovvero, come durante una passeggiata sul lungomare in una giornata con un tasso di umidità da foresta Amazzonica, ti trovi non sai come a parlare del LISA, di HyperCard e di Apple ][ con un una coppia di adorabili nerd inizi anni ’80 che la storia non solo la conoscevano: la storia l’hanno fatta.

Tutto è iniziato nel sudore. Perché fa caldo… tanto caldo…

E allora, per cercare un po’ di refrigerio ci siamo avventurati in una passeggiata sul lungomare, che notoriamente è un’idea del cavolo perché sul lungomare fa ancora più caldo. Ma evidentemente ci doveva essere un destino in fondo a quella camminata rovente, qualcosa che ci attirava dove nessuno sano di mente avrebbe dovuto andare.

Se c’è una cosa che unisce me e il mio nerd, oltre all’odio furibondo per l’estate, il caldo, il sole e la spiaggia, sono i mercatini dell’usato e del vintage. Non sto neanche a spiegare il perché… li odio, non ci trovo niente di affascinante, non mi attira niente e mi fanno anche un po’ tristezza. Quindi, una volta scoperto che sul lungomare c’era PURE il mercatino del vintage, la voglia di tornare indietro e spiaggiarci direttamente sotto il flusso dell’aria condizionata era a dir poco allettante.

“Abbiamo detto fino a Capo Ampelio, ma non siamo obbligati, eh…” io, la butto lì… magari ne usciamo velocemente.

“Vabbè… arriviamo al Parigi, e poi torniamo… ok?”

“Ok”

Il miraggio dell’Hotel Parigi è lì all’orizzonte, quando qualcosa attira la mia attenzione nell’estremo angolo visuale che è al limite con la percezione extrasensoriale.

“Aspetta… cos’è quella cosa con le mele di Apple su… sembra vecchia… c’era ancora la mela arcobaleno… e sotto c’è scritto APPLE COMPUTER… da quanti anni non c’è più la mela colorata e la scritta per esteso?” Io la frase l’ho scritta tutta per esteso, ma in realtà alla decima parola stavo parlando all’aria, perché lui si era già diretto alla bancarella, senza se e senza ma.

“Scusi,” chiede lui “Possiamo?”. Ci avviciniamo al punto della bancarella da cui le meline arcobaleno pendevano, stampate su qualcosa che ancora non capivamo e appese a un filo.

“Sono antichi,”  ci dice la signora simpatica, che deve essere quella che di solito parla con i clienti “Sono della Apple. Conosce la Apple, quella che fa i computer?”. Io guardo il mio nerd, e vedo lo sforzo che fa per non avere nessuna reazione e rispondere semplicemente ‘si’.

La signora prende in mano il capo e ci spiega: “questo è un foulard di pura seta, bello eh, che la Apple fece per i suoi venditori in Italia intorno al 1984, ’85… Eh, Mario… erano quegli anni lì, vero?… sa, mio marito li vendeva… era lui il venditore…”

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“E poi c’è anche questa” prosegue lei ” che avevano fatto per la stessa occasione… una cravatta… anche lei di seta… bella, bella anche lei…”

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Il marito, il Mario, guarda quei due cimeli con un affetto con il quale non guarda niente sulla sua bancarella. Poi guarda il mio nerd, e il mio nerd guarda lui. E’ un attimo: si riconoscono.

E anche io e la signora simpatica ci riconosciamo. Sappiamo che per sbloccarli dobbiamo parlare di loro in terza persona per un po’, così si rilassano, e poi andranno da soli.

“Si guardi “dico io, “anche ‘lui’ lavora con il computer, e in particolare quelli di Apple…”.

E lei: “eh, ma anche il mio… si figuri che abbiamo da poco venduto il suo gioiello più prezioso, il LISA… è ancora lì che ci pensa!”

No, vabbè… Il LISA. Il LISA è troppo… il LISA è leggenda pura… il LISA… Il mio nerd ora è certo di avere davanti un ‘pirata’, uno di quelli che guardava oltre il tempo, che osava, che ‘pensava diverso’. Perché oggi è facile fare i fanboy di una o di un’altra casa produttrice di tecnologia, visto che la tecnologia ha dimostrato quello che può fare.

Ma quando ha iniziato lui, il Mario, la tecnologia non c’era. O meglio, c’era ma aveva ancora così tanta strada da fare che per decidere di seguirla bisognava essere dei visionari.

E Mario, che oggi, sui 70 anni, ha una bancarella di oggetti vintage, Mario un visionario lo era.

“Il LISA era bellissimo, lo portavo dovunque, era bellissimo… poi è arrivato il Macintosh… cos’era il 1984?” Si, era il 1984, penso io, e mi viene in mente lo spot di Ridley Scott, e mi viene in mente la presentazione di Jobs. E anche il mio nerd ci pensa… si vede…

“Me lo ricordo ancora quel giorno” continua Mario “quando ci hanno presentato il Macintosh… esce questo coso piccolo dalla scatola… perché fino a quel momento i computer erano grandi… L’apple ][ era piccolo ma ci voleva il monitor a parte, invece qui era tutto insieme… E poi abbiamo collegato tutto quello che c’era da collegare, anche il mouse… che non l’avevamo mai visto prima… e abbiamo iniziato a lavorare… Prima con Word, che allora non ci chiamava così ma si chiamava MacWrite, e poi MacPaint, e insomma, dopo un’ora che ci lavoravo mi sono reso conto che non avevo mai toccato la tastiera… era una magia… era pazzesco…”.

Mario inizia a raccontare di come ci giocava con quel coso, di come lo collegava a monitor più grandi così i clienti potevano vedere meglio le magie che faceva quel computer, di come programmava in HyperCard (“Non ho mai conosciuto nessuno che avesse usato davvero quel programma,” mi ha confessato il mio nerd dopo “ne avevo solo letto… è una specie di programma mitologico… era talmente avanti  per il suo tempo…”). E nel frattempo giocava anche con l’Apple III, e ci faceva tutto: “ma tutto, eh… accettavo tutto solo per portare in giro quella tecnologia e per farla conoscere… la gente doveva conoscerla… io ci diventavo matto… facevo tutto, dalle gare di pesca ai censimenti, dalle presentazioni alle aziende al calcolo dei dati per chiunque… pensi che una volta ho fatto anche il calcolo dei voti del Festival di Sanremo… una paura… col notaio lì vicino… non le dico… ma era una macchina meravigliosa… meravigliosa…”

Hanno parlato per un tempo che non so quantificare. Erano nel loro mondo. Era bello vederli. Poi, il racconto arriva alla parte triste: non so in che anno, Apple ha iniziato a gestire la distribuzione direttamente, e i piccoli ‘pirati’ come Mario non sono più stati necessari. E lui ha cambiato attività. Ma l’amore non passa. Mai.

Io e il mio nerd abbiamo comprato sia il foulard sia la cravatta. Mentre ce li incartava, un po’ si vedeva che gli dispiaceva. “Un po’ mi spiace lasciarli andare (ha detto così… come di pezzi di vita…)”. “Non si preoccupi”, ha risposto il mio “non potrebbero essere in mani migliori… si fidi…”. Ci si può emozionare per due gadgets degli anni ’80? Si, se raccontano una storia così bella. Grazie Mario.

E anche a sua moglie che, va detto, mi è una nerdwife antesignana… una piratessa delle nerdwives, una grandissima!

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Foto del titolo by Nikita Kachanovsky su Unsplash

8 risposte a "Vuoi far commuovere un nerd? Fagli incontrare la Storia."

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  1. Incredibile come si possa raccontare in modo così romantico una storia così altamente “nerdica”… Brava. Tra l’altro mi hai fatto tornare in mente quando nei primi anni 90 fece il suo ingresso nella tipografia dove lavoravo un Macintosh. Non entro in dettagli tecnici, ma sembrava di essere sbarcati su un altro pianeta come modo di lavorare… D’altronde ricordo ancora con affetto il primo apparecchio telefax…

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