Alexa vs Nerdwife: 1-0

Questa volta ha vinto lei. E di molto. Lo so che non dovrei metterla così sulla competizione, ma non ci posso fare niente. È una cosa che capita senza che io me ne renda conto e che non riesco a trattenere. Oppure, come dice la mia analista, ho ancora troppo da lavorare sulla gestione dell’errore, e confrontarsi con una macchina che per definizione non sbaglia è una battaglia francamente troppo sanguinosa. Ma io lo so che non è questo il punto. Il punto è che questa volta non è lei che ha vinto: sono io che ho perso. So che ammettere la sconfitta fa di me l’unico essere umano in questa stanza (in cucina, per la precisione), e dovrebbe farmi sentire superiore almeno in quello, ma fa schifo. Perdere fa sempre schifo. Specie quando si perde agli occhi della persona a cui vuoi più bene. Specie se perdere vuol dire proprio perdere qualcosa… non trovarla più… non poterla più recuperare… cancellarla… ecco, cancellarla. Che è esattamente quello che ho fatto. E mentre Alexa imparava una funzione in più (anche bellamente inutile, ma fichissima), io cancellavo letteralmente 6 anni di storia. E portavo a casa la sconfitta del secolo. Cosa è successo? Questo.

Mattina; colazione; cucina.

Io spippolo. Lui spippola. I livelli di spippolo sono incomparabili, chiaramente, perché io sono al livello base di IG e Twitter, e lui sta leggendo non si sa cosa in non si sa quale linguaggio per umani o per macchine o per umani transumanici. A mia discolpa, va detto che sono in un periodo di lavoro un po’ tostarello, e fra esterne (quando si va fuori a girare un programma tv si dice così) e giornate interminabili, sono un filo stanca. Ma non è una giustificazione sufficiente. I due eventi che seguono accadono in un attimo simultaneo, sovrapposto, identico, tale per cui le emozioni sono state sommate, accumulate o, come direbbe chi se ne intende di onde, appiattite: il più e il meno nello stesso momento producono un occhio vitreo, un’onda piatta del cuore, sempre.

Il nerd si avvicina all’orecchio luminoso di Alexa, e sta per parlarle, mentre io, distratta come sempre, continuo lo spippolo. Ora sono su Telegram. Telegram, cioè la chat che fino a sei mesi fa ti guardavano come una specie di isterica maniaca psicopatica se dicevi che la preferivi a Whattsapp, e che oggi mi manda una notifica ogni 15 minuti con “GINO PINO SI E’ UNITO A TELEGRAM”. Con calma ragazzi… c’è posto per tutti… tranquilli… Telegram c’era anche ieri, e l’altro ieri, l’anno scorso, e anche tanti anni fa (tecnologicamente parlando): ok, non la butterò sullo snobismo, anche se mi piacerebbe. Il fatto è che l’ondata di adesioni alla chat, oltre a farmi venire voglia di trovare un altro luogo di sconfinata solitudine in cui andare a spiaggiarmi (perché un po’ isterica maniaca psicopatica lo sono, e anche isolazionista), ha attivato nel mio cervello la cancellazione automatica delle conversazioni che l’applicazione crea, e che mi ingombrano il video. In pratica, ogni volta che Telegram rileva un nuovo utente, che fa parte dei contatti che ho in memoria, apre una conversazione in automatico.  E chiaramente, io la cancello. “Cancella la conversazione per te”, oppure “Cancella la conversazione per te e per GINO PINO”: te lo chiede, e tu puoi scegliere. Io scelgo sempre il taglio netto, che tanto se mai GINO PINO mi deve scrivere, lo fa anche senza l’invito della chat. E chiaramente, anche quella mattina c’era il GINO PINO del giorno che si era unito al mondo delle chat non salvate su server, e quindi io lo cancello. Poi succede.

Il nerd mi guarda come mi guarda quando è orgoglioso di mostrarmi qualcosa, e sussurra ad Alexa. Le chiede che ore siano, e lei risponde sussurrando. Proprio sussurrando. Non con il volume più basso. Sussurrando. Con la voce che le usciva dalla parte bassa della sua gola digitale e dalle sue labbra luminose socchiuse. Sussurrava che erano le 9.00. Come la mamma che ti dice che è domenica mattina, ma è tardi lo stesso perché lei deve fare i mestieri in camera, ma te lo dice dolcemente. Come il tuo amore che ha già deciso che tanto oggi non si esce dal letto, ma vuole sentirti rispondere “chissenefrega”. Sussurrava. Se le macchine imparano la dolcezza, siamo fottuti. Perché noi, che non siamo macchine, non lo sappiamo che è finta e ci crediamo, e finiamo per voler bene a una specie di lattina di plastica che si illumina quando parla. Tuttavia, questo non è il caso del nerd, che invece non vuole bene ad Alexa, ma trova assolutamente affascinante il fatto che possa riprodurre in maniera così precisa e contemporaneamente asettica un comportamento umano: è scienza, non pancia. La sua espressione era estasiata. “Lo fa… lo fa veramente… è perfetta…”.

Il problema è che io sono pancia, e non scienza, e a quella cosa lì io ho risposto con la cazzata maxima. Con il dito più impreciso del West, vado a cancellare la chat sbagliata (si era capito, eh…), cioè quella che da 6 anni raccontava la storia quotidiana della mia storia con il nerd, e le migliaia di messaggi in 5 secondi (perché ti dà un tempo per riflettere… ma 5 secondi mi sembrano pochini… onestamente) si sono dissolti nel nulla, manco li avesse polverizzati Thanos schioccando le dita.

Sulle prime, io non do a questa cosa il peso che merita. “Amor, mi sa che ho fatto una cazzata… Mi sa che ho cancellato la nostra chat di Telegram…” dico, continuando a spippolare. È la faccia di lui che mi fa capire. Il famoso occhio vitreo. L’onda che diventa piatta. “Cos’ho fatto? – chiedo io – Dai… possibile che non si può recuperare? Impossibile, dai…E quella cosa che su internet non si distrugge niente? Impossibile, dai… E poi, amen, no… erano messaggi vecchi… no? Perché fai quella faccia? Non può essere così grave… vero?”. E invece si, è grave. Per due motivi. Il primo è che Telegram mantiene quello che promette, cioè che le chat non siano salvate in remoto (non c’è un backup su un server esterno, come whattsapp per dire… per cui quello che si scrive è davvero “privato”), ma questo comporta il fatto che quando cancelli, cancelli per sempre. E vi assicuro che lui ci ha provato a recuperare… Le ore successive le ha passate in una bolla di codici, per cercare di tornare indietro nel tempo e tentare di annullare il mio errore, ma niente. Neanche un bit di quello che ci siamo scritti per 6 anni è sopravvissuto. Tutto morto. Io lo vedevo affannarsi nella ricerca di qualche brandello di speranza, e mi sentivo sempre più in colpa, sempre di più…

Il secondo motivo è anche peggiore del primo. Lui è nel suo ufficio in casa, con tre schermi aperti, pieno di codici e in chat con l’amico in supporto per tentare di ricomporre i cocci del vaso. Io sul letto a gambe incrociate, con gli occhi in giù, che mi sento in colpa un po’ e un po’ non capisco. “Ok, ho fatto una cazzata… ma erano messaggi vecchi… vecchi di anni… capisco la cosa emotiva di ricordare, ma per lo più erano cose organizzative, sfoghi, gif sceme, ‘a che ora arrivi’ o ‘dove sei che non ti vedo’… dai, non farmi sentire una merda…”.

“Ma io tenevo le statistiche, amor…” – risponde lui senza levare gli occhi dal video. “Le statistiche di cosa?”. Eccolo il secondo motivo. “Le statistiche di quando tu mi scrivevi ‘non ce la faccio più’ e poi invece andava tutto bene. Le statistiche di quando dicevi che prendevi il treno prima e poi arrivavi sempre alla stessa ora. Le statistiche di quando dicevi “sono grassa” e poi, 5 minuti dopo mi riscrivevi dicendo che “ah… poi mi sono saliti i pantaloni… alla fine… “. Le statistiche di quante volte riuscivi a dimenticarti la password di Netflix e io te la rimandavo sempre. Tu hai spesso paura di tante cose, e io tenevo le statistiche per farti capire che non c’è niente di cui avere paura… che le cose si risolvono sempre… e adesso non le posso più tenere…”. Io, senza più una parola. Io, senza fiato. Vuota, come la chat che avevo cancellato.

Sono passati alcuni giorni da quel momento. Alexa continua a sussurrare, se glielo chiedi. La nostra chat è ripartita da zero, e ricomincia a vivere. Ieri è arrivato un aggiornamento da Telegram assolutamente fuori tempo massimo, che permette un secondo step di verifica nella cancellazione delle chat. E io sono grata di avere capito che a volte perdere è utile, perché ti fa cambiare il punto di osservazione sulle cose. Se anche voi avete un compagno nerd, e vi capita di infastidirvi quando è lì con i suoi codici e le sue tabelle, provate a pensare che i dati con cui sta lavorando non sempre sono sterili numeri: a volte sta calcolando quante volte vi ha detto ‘Ti amo’.

 

 

 

Photo by Attentie Attentie on Unsplash

6 risposte a "Alexa vs Nerdwife: 1-0"

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    1. Cosa posso dire? Grazie💜 Ma in fondo io non provo astio nei suoi confronti: lei fa il suo, e lo fa bene. Solo che lei non sbaglia, non ride, non soffre e non sente il profumo del caffè alla mattina… alla fine, mi dispiace per lei.

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  1. Bello. Anche commovente.
    Sono rimasto sorpreso che la vostra chat fosse “privata”…. perché di default le chat di telegram stanno su un server esterno (in modo che le vedi da tutte le piattaforma che vuoi). Comunque se non ci è riuscito lui era proprio una situazione di merda..

    Piace a 1 persona

    1. Si, è vero che le vedi da tutti i devices e infatti lui sperava che ne fosse rimasta traccia negli altri. Ma niente. Non mi chiedere la parte tecnica, che non la so. Se vuoi, chiedo bene e poi spiego.

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