The music of LEGO. Sì, avete capito bene. Leggete, che vi spiego.

È vero, non scrivo da un po’.

Diciamo che il 2020 si è chiuso con un po’ di impegni extra rispetto al solito, introducendo la variabile “sopravvivere” alle solite variabili della vita quotidiana. No, niente COVID: ho cercato di essere più creativa e ho scelto una patologia meno mainstream, che ora non vi dirò perché tutto è bene quel che finisce bene. Certo è che i mesi successivi sono stati un po’ all’insegna del mettere insieme i pezzi, sia quelli fisici che quelli mentali, e direi che al momento il lavoro è ancora in atto… si potrebbe definire un work in progress come dicevamo nelle mail una decina d’anni fa… Se ci mettiamo, poi, che questo post lo sto scrivendo con le punte delle dita sane, visto che la mia mano sinistra è bella impacchettata nella garza sapientemente avvolta da una pazientissima dottoressa tutta vestita di rosa, la quale (eroina vera) è riuscita anche a ridere e a non guardarmi con pietà quando alle 02.00 di notte ho tentato di fare battute sulle uscite sierose dalla ferita della mano prendendo in causa i cartoni animati “Siamo fatti così” (prendete fiato, la frase è lunga, lo so, mi è uscita così… la parentesi è l’intervallo… finito l’intervallo), dicevo, se ci mettiamo anche una mano mezza maciullata, direi che le premesse per iniziare bene il nuovo anno ci sono tutte.

Per fortuna, qui non ci si annoia mai, e qualche giorno fa, mentre mi aggiravo per casa, sciabattando e impegnando il mio cervello con lo stesso sforzo di una equazione di secondo grado che girava intorno al dubbio se mi fossi ricordata di lavarmi i denti quella mattina, improvvisamente è accaduto.

Come la maggior parte di voi, anche casa mia è diventata sostanzialmente un co-working, nel quale ogni essere vivente che abita sotto questo tetto ha una sua postazione, eccetto il cane che rimbalza da una postazione e l’altra con la sua copertina, trasformandosi mese dopo mese in un cane con disturbi dissociativi. Il nano per la DAD, io per le mie ricerche e i miei scritti, e il nerd per il suo mondo fatato imperscrutabile. Il nano in camera sua, io nel salotto, il nerd in camera da letto. Passiamo giornate intere senza rivolgerci la parola. Ci scriviamo su telegram dal computer. Ci diamo appuntamento in cucina, oppure io avvio un tea party spedendo un messaggio multiplo con scritto “teino?”, a cui manco mi rispondono con le parole ma con le faccine. “Rosso o giallo?”, cioè Twining Breakfast o Earl Grey? Che poi è una domanda oziosa perché io e il nano prendiamo sempre il giallo e il nerd il rosso. Ma io chiedo. Non si sa mai che quel giorno lì è il giorno di qualche congiuntura astrale che mi cambia il colore dei tè… che già non sto dietro a quello dei DPCM, nominandoli da vivi…

Comunque, anche quel giorno lì eravamo tutti belli posizionati nelle nostre postazioni, e se fossimo rimasti posizionati, oggi io non starei scrivendo questo post. Ma quel giorno lì io ho deciso di sciabattare fuori ordinanza, e l’ho beccato.

Stavo camminando nel nostro corridoio, che in quanto a larghezza non ha niente da invidiare al cunicolo che porta alla camera sepolcrale di Cheope (no, è bello… ma è strettino… ma è bello, eh… un po’ strettino, ecco…) e passando di fianco alla camera da letto/ufficio del nerd sento qualcosa di strano.

“Amor… ma cos’è questo…?” e cerco la parola per definirlo.

Ora, chi mi segue lo sa che in questa famiglia esiste la grande guerra fra i fan dei rumori bianchi (io) e quelli degli ASMR (lui), che si può riassumere in un “Spegni quella merda di ASMR che mi viene il nervoso” a cui segue un silenzio totale causato da un nerd che inforca le sue cuffie a cancellazione di rumore e si dissolve nel vento. Ma quello che stavo sentendo non era un ASMR. Sicuramente non lo era, per il semplice fatto che non mi stava facendo esplodere il cervello. (Forse questa cosa degli ASMR l’ho scritta solo nel libro… vabbè, si capisce il senso anche senza averlo letto. Bon.)

“Amor… ma questo rumore? Hai cambiato tastiera… cos’è?”. Io le domande le faccio sull’uscio della stanza. Non so se si può dire “Uscio” anche per una porta interna della casa. Forse no. Ma con queste case che “cambiano anima” ad ogni cambio di stagione, secondo me si può dire tutto. Comunque, io questo rumore non riesco a definirlo… eppure è famigliare… non mi dà fastidio… è bello…

“No, niente – risponde lui – è una playlist nuova… la sto ascoltando per rilassarmi…”, che alle mie orecchie significa “entra pure e disturbami senza ritegno. Guarda sul computer cosa sto ascoltando e fanne un post… non mi dispiace affatto!”. Due falcate, e sono lì. E a quel punto, l’epifania.

Non sto neanche a spiegare. Andate su Spotify o Apple Music, che tanto una o l’altra ce l’avete di sicuro, digitate LEGO WHITE NOISE e poi immaginate di essere in un posto tipo il deposito di Paperon de Paperoni ma pieno di mattoncini. Montagne di mattoncini in cui voi potete mettere le mani e ravanare. Cascate di mattoncini che cadono da luoghi fantastici. Mattoncini da cercare in pile di mattoncini , e mattoncini da incastrare perfetti perfetti… No, non ve lo posso spiegare… dovete ascoltare. Sono sette tracce, ognuna con un tema. Ecco i titoli: Built for two, Wild as the wind, Seraching for the One, It all clicks, The waterfall (che sto ascoltando mentre scrivo), Big hearted bricks, The night builder. Se siete amanti del LEGO andate fuori di testa. Se non lo siete, secondo me andate fuori di testa uguale.

È come nuotare in una piscina di mattoncini rosa. A dorso. Con il cielo azzurro sopra. Non lo so, sarà che sto lockdown prolungato sta facendo effetti strani sulla percezione del piacere, ma questa playlist produce delle reazioni endorfiniche da livelli di guardia. Oppure è colpa delle metafore. Quelle che ci insegnavano a scuola e quindi le odiavamo, ma di cui avremmo tanto bisogno per dare un po’ di “pappa reale” alla nostra anima. E nella fattispecie in un mondo in cui tutti stiamo cercando di rimettere insieme i pezzi (io per prima, come ho detto svariate righe fa) la musica dei pezzi di LEGO è rassicurante, perché lo sappiamo tutti che se c’è una cosa che non ci lascerà col culo per terra è il LEGO: ogni pezzo andrà al suo posto. Per definizione.

Photo by Xavi Cabrera on Unsplash

9 risposte a "The music of LEGO. Sì, avete capito bene. Leggete, che vi spiego."

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      1. E questo per la sinistra. La destra, invece, meno danneggiata, ha un livido su tutto il pollice fino al polso, perché l’ho slogato per bene. Una totale demente che cade come una patata😂

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