La “sveltessa” nelle gambe

Cosa ne poteva sapere un bambino del 1938 di internet. Ma niente, ovviamente.

Non se lo poteva neanche immaginare che un giorno le persone si sarebbero potute mettere in contatto con tutto il mondo semplicemente digitando da una tastiera. Non poteva neanche immaginare il potere di questo mezzo, che io ora sto usando per cercare di capire un po’ di più su di lui. Non se lo poteva immaginare certamente mentre faceva i suoi compiti di italiano e di francese in una casa che allora, come oggi, si trova nel centro della città in cui viveva, vicino alla chiesa di Santa Maria Vecchia. La città è la stessa, ma lui non la riconoscerebbe da quanto è cambiata. La sua città aveva i confini più corti, aveva i campi più vicini, aveva le feste più comandate. Eppure io e lui abbiamo tante cose in comune, tantissime. La prima è la nostra casa.

Vi spiego cosa è successo. Oggi, durante dei lavori nella soffitta di casa, soffitta che è sostanzialmente un sottotetto, esce, da non si sa dove e non si capisce come non lo avessimo visto prima, un quaderno. Uno di quei quaderni neri che si usavano a scuola tantissimi anni fa. Sì, perché una volta quando si andava a scuola i quaderni erano tutti uguali e tutti neri, perché quello che importava era quello che c’era scritto dentro i quaderni, e non sopra. Comunque, il quaderno salta fuori da non si sa dove e io, ovviamente, lo sfoglio.

È davvero logorato dal tempo, sporco, pieno di polvere ma sostanzialmente intatto, e quindi leggo. Cioè prima lo pulisco, e poi leggo. Il quaderno era di Giuseppe Ferraris; non sono riuscita a capire in quale classe fosse il bambino ma l’anno era il 1938, perché la maestra ad un certo punto mette la data sotto un voto e la data indica un ‘novembre ’38. Era il quaderno di italiano, ma sopra c’era anche francese. Tanti esercizi, tantissimi. Verbi, frasi, verbi e verbi e verbi… tanti verbi… E i temi. Giuseppe non era uno scrittore molto preciso perché la maestra ci doveva andare giù pesante con la matita rossa, ma dello scrittore aveva una dote bellissima, cioè riusciva a far vedere quello che raccontava.

E allora, attraverso i suoi occhi, io ho potuto vedere la festa di Abbiategrasso del 1938 che lui aveva trovato molto divertente perché era potuto andare ai “baracconi” (le nostre giostre – non è cambiato un granchè) e quello che gli era piaciuto di più era quello degli autoscontri. Poi era tornato a casa a mezzogiorno a mangiare (a casa, che è anche casa mia, quindi è tornato qui) a festeggiare con gli zii e i cugini, per poi tornare sui baracconi, perché la festa di Abbiategrasso è sempre stato questo per i bambini di questo secolo e di quello precedente.

Poi ci sono un paio di temi sulla gloria Patria e sulla guerra in Abissinia, che Giuseppe ha svolto da bravo piccolo italiano, sbagliando la grafia di Abissinia (Abbissinia) ma con dentro tutte le frasette giuste per far contenta la maestra. Ma è alla fine del quaderno che ho trovato quello che mi ha colpido davvero, e quello che mi ha fatto pensare che Giuseppe sarebbe stato felicissimo di essere nella sua Abbiategrasso in questi giorni.

A lui della Patria e dell’Abissinia non gliene frega niente, e un po’ si vedeva. Invece, in questo tema lui non ha incertezze. È un tema sullo sport, e per lui lo sport più bello del mondo è il ciclismo. Scrive “Io amo molto il ciclismo perché mi piace andare in bicicletta. Il ciclismo è uno sport libero all’aria aperta, che dà forza alle gambe, per salire nelle montagne. Il ciclismo è uno sport di sveltessa (io “sveltessa” l’ho amato)… “, e qui Giuseppe un po’ si perde, e le righe sono cancellate. Ma lui il ciclismo lo ama davvero e il tema lo vuole fare bene. E forse anche in casa sua il ciclismo lo amano, perché a questo punto arriva un’altra calligrafia, che cambia il tono del racconto, ma non lo spirito. Mi immagino il papà di Giuseppe che gli dice “Nan, cià… dimel a mi che tel’meti giù ben…”. Era il 1938. Per chi se ne intende di ciclismo è un anno storico. Io non lo sapevo, e quindi ho usato internet, ma nel luglio del 1938 lo scalatore Gino Bartali vince il primo Tour de France. Il Gino aveva già dimostrato di saperci andare su quella bici nel 1936 e nel 1937, vincendo il Giro d’Italia, ma è nel ’38 che glielo va a dire anche ai francesi come si scala un montagna e vince. E quando Giuseppe, ad ottobre, torna a scuola, la gloria di Bartali è ancora lì nell’aria che gira. Infatti lui lo scrive, con la sua mano da bambino, che ” Lo sport che preferisco è il ciclismo perché i corridori Italiani (Italiani sempre scritto in Maiuscolo… era il ’38… a queste cose qui ci tenevano) hanno (lui aveva scordato l’h, ma ora ce la metto perché sicuro si è preso un ceffone per quell’h e quindi ora se la merita) avuto dei onori all’estero e in qualsiasi stato”.

In ‘qualsiasi stato ‘ è bellissimo. Come dire “siamo i più forti e punto. Abbiamo Bartali e questo ci basta. Siamo oltre quello che si può racchiudere in una vittoria. Noi siamo il ciclismo”. E allora io mi ricordo di mio nonno Bruno e di quando diceva che come Bartali non ce n’erano stati più… Perché il ciclismo era una cosa seria: quelli erano uomini che avevano dato onore ad un’Italia che ci stava provando. E il Gino li aveva fatti stare zitti tutti, specie i francesi, che si sa come sono quelli lì…Il mio nonno Bruno un po’ ci assomigliava a Bartali… ma questo non importa ora.

Ora importa Giuseppe. E suo padre, che prende la penna dalla mano di Giuseppe e poi la maestra dica quello che vuole. Sul ciclismo non si scherza. L’ultima frase la scrive lui. Ed è un arrivo. Anche lui te lo fa vedere questo arrivo: “Quando posso assistere all’arrivo di qualche gara ciclistica provo grande emozione vedendo con quale accanimento i corridori tentano con ogni sforzo di tagliare per primi il traguardo che li consacra vittoriosi. Vorrei anche io essere uno di loro, per appagare questa mia passione che fa del ciclismo lo sport più bello.” ‘Quando posso’… perché non c’era la televisione, perché ci dovevi andare di persona a vedere l’arrivo e bisognava lavorare… un sogno nel sogno quello di vedere l’arrivo della gara, ma lui deve averlo visto quell’arrivo perché lo sforzo non te lo inventi se non lo hai visto con i tuoi occhi. Noi oggi non possiamo neanche immaginare cosa sia stato vivere in una società senza immagini, ma allora era così.

Bè, Giuseppe, volevo dirti che 83 anni dopo il tuo tema, da una delle piazze che conoscevi anche tu, parte una tappa del Giro d’Italia. Non è la prima volta. La prima è stata nel 2018. Ma io non sapevo ancora che il tuo tema era sopra la mia cucina, quindi ci facciamo andare bene questa volta. Ci saranno centinaia di corridori, e tutti saranno come dici tu, cioè avranno molta “sveltessa” e saranno forti di gambe. Sono un po’ diversi da quel gigante che conoscevi tu… dal Gino… ma ti assicuro che vanno come il vento.

Che ne poteva sapere un bambino del 1938 di internet? Niente… ma oggi il suo tema, la sua passione e il suo sogno di essere sul traguardo a vedere volare la polvere sotto le ruote dei corridori è su internet. E grazie a internet magari provo anche a capire se qualcuno se lo ricorda quel bambino, che ora forse non c’è più, ma magari ha passato la sua passione ai suoi figli e nipoti… Volevo dir loro che il quaderno di Giuseppe è qui. L’ho trovato. E’ stato con me per i passati vent’anni, ma se qualcuno lo riconosce, sono felice di farlo tornare a casa… O forse è sempre stato a casa…

6 risposte a "La “sveltessa” nelle gambe"

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      1. Grazie a te per la risposta! Anche se non vale nulla rispetto al tuo, ti segnalo che ho da poco pubblicato un post molto ironico… spero che ti strappi qualche risata! 🙂

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