Mi date una mano realizzare un sogno?

Sto per chiedervi una cosa che di questi tempi vale tantissimo. Sto per chiedervi un atto di fiducia. Cioè sto per chiedervi di fidarvi di me su una cosa che, per ora non potete vedere, ma che può aiutare a cambiare le cose. E come sempre, cerco di spiegarvi il perché a modo mio.

Come sapete bene, non scrivo mai di quello che faccio o del mio lavoro, perché almeno qui voglio tenere le cose separate. Qui di solito scrivo del mio nerd, che però ultimamente mi è diventato super serio e super preso dal lavoro, e quindi non mi si aprono i soliti spazi di follia a cui ero abituata. Meglio? Non lo so. Diverso? Sì. Lui è cambiato? Non ci contate… è solo sedato dal lavoro.

Per questo, ogni tanto, divago, e mi metto a raccontare cose che riguardano la mia vita. Come Anna, che grazie a cielo sta bene, e la scorsa domenica è anche riuscita a raccogliere quello che serviva per fare in casa i dolci di Pasqua. Le sono venuti benissimo. “Per tanto tempo non ho voluto fare più nulla, perché la guerra ti toglie tutto. Ma poi ho deciso di vivere. Ho cercato gli ingredienti e ho cucinato questi dolci. Vi auguro cieli sereni”. E io a sentirmi il nulla.

O come questa cosa bellissima che è capitata qualche tempo fa, e che fa riferimento alla foto che apre il post. Quella foto è un fotogramma di un documentario che ho realizzato con alcuni colleghi meravigliosi nei mesi scorsi. Si chiama “Positivə”, e sì con lo Schwa.

“Positivə” parla di HIV, perché nel 2021 ricorrevano i 40 anni dalla scoperta del virus che avrebbe cambiato il mondo. La prima grande pandemia. O almeno l’unica che ci ricordiamo e che è passata attraverso le ultime generazioni.

Io sono della generazione dell’alone viola. Chi è di quella generazione sa esattamente quello di cui parlo.

Essere giovani negli anni ’90 non è stato una passeggiata. Significava avere quell’alone viola impresso a fuoco nel cervello. Durante la costruzione del documentario è stato impressionante rendersi conto di quanto quell’immagine fosse entrata nel subconscio delle persone.

“Era necessario. Si doveva fare paura. Si doveva spiegare come si diffondeva il virus…”, è la spiegazione che spesso si accompagna a riflessioni contemporanee di quelle immagini. Vero. Ma quello che rimaneva addosso alla gente non era la spiegazione di come non essere contagiati, ma era la paura, il giudizio, la distanza e quello che avremmo imparato a chiamare stigma. La malattia come punizione per qualcosa che non andava fatto. Il sesso come veicolo del male. L’allontanamento come parte della punizione. Essere colpiti dalla malattia indicibile, quindi sparire. La peste del ventesimo secolo. Il male dei gay.

Tutto questo è pesantissimo e si fa fatica a farlo andare via. La paura lascia dei segni duri da rimuovere. E non si può neanche dare tutta la colpa a quell’alone viola, perché in quegli anni era tutto un dare le colpe, trovare scuse, sentirsi “a posto” o puntare il dito. E anche questo lascia dei segni duri da mandare via. Anche fino ad oggi, quando infatti molte delle persone HIV+ non dicono di esserlo, per non incorrere in quei pregiudizi nati 40 anni fa.

E sembra non importare che dal 1996 (leggete bene l’anno… per i geek, Steve Jobs stava per vendere NeXT ad Apple. Non era neanche ancora ridiventato CEO ad interim. “Indipendence Day” è del ’96. Guardatelo oggi: gli effetti speciali vi faranno arricciare le dita dei piedi. Il Cretaceo, praticamente.) l’HIV sia diventato un virus trattabile sempre meglio, fino alla non transmissibilità degli ultimi anni. Per dirla dritta: se sei positivo e in trattamento non puoi contagiare nessuno, puoi avere rapporti sessuali non protetti e puoi avere figli in maniera naturale senza alcun pericolo per partner o prole. Non puoi contagiare con il sangue. Non puoi contagiare con niente di niente. Chiaro? Se trovi in giro la scritta U=U, vuol dire quello.

“Positivə” è nato per provare a grattare via lo stigma vecchio di 40 anni, e per andare a vedere la verità che si nasconde sotto. E la verità che abbiamo voluto raccontare sono le vite di quattro persone HIV+ che ci hanno permesso di entrare nella loro quotidianità, che è fatta di cose comuni, come le corse in Go Kart, le risate al Luna Park, o le serate annoiate davanti alla tv, ma anche di servizi fotografici favolosi e di torte alla banana senza lattosio per una bimba che compie un anno.

E sì, anche di una pillola al giorno. E quindi?

Se vi siete presi quei due minuti per vedere il trailer avrete visto quante persone hanno collaborato a raccontare la Storia dell’HIV – quella con la S maiuscola – insieme alle vite dei nostri protagonisti. Persone che hanno vissuto questi 40 anni sulla pelle, e ce lo hanno raccontato, facendola venire a noi la pelle d’oca.

Bene, a questo punto credo di avervi dato un po’ di contesto, e posso arrivare a chiedervi questo atto di fiducia.

“Positivə” è stato nominato ai Diversity Awards nella categoria MIGLIOR FILM ITALIANO. Tuttavia in questo momento il documentario non è in distribuzione, perché la distribuzione in Italia è molto più complessa di quanto possa spiegarvi.

Il fatto che sia stato nominato pur senza distribuzione è già un evento di per sé, e questo dà prova del suo valore.

Il problema è che il premio viene assegnato a seguito di una votazione on line.

Vi sto chiedendo di votarci. Così, sulla fiducia.

Si può votare fino al 29 aprile, qui.

https://www.diversitymediaawards.it/dma2022-vote

Vi sarò grata in ogni caso, ma se mi aiuterete a realizzare questo sogno vi sarò debitrice.

2 risposte a "Mi date una mano realizzare un sogno?"

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